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la prima fase di
un'operazione di riordino e valorizzazione dell’Archivio per aprire alla
consultazione e allo studio un importante patrimonio di documentazione sul
periodo coloniale italiano.
L’Istituto Agronomico per l’Oltremare (Ufficio del Ministero
degli Affari Esteri) si chiamava allora Istituto
Agricolo Coloniale ed era l’organo tecnico del Ministero delle Colonie.
Era l’ufficio che doveva pianificare e organizzare lo sfruttamento
agricolo dei territori d’oltremare.
Nella Fototeca, nata praticamente insieme all’Istituto nel 1904, si sono accumulati negli anni materiali destinati alla formazione dei tecnici e di
documentazione delle attività italiane nelle colonie. Su impulso di
Armando Maugini, direttore per 40 anni dell’Istituto, il patrimonio si è
arricchito fino ad arrivare a 502 album, per un totale di 65.000
fotografie, 25.000 positivi sciolti, 10.000 diapositive su lastra di
vetro, 50.000 negativi, documenti fotografici allegati a documenti
cartacei del Centro di documentazione inedita dell’Istituto.
Negli anni 60 del secolo scorso per la Fototeca è iniziato un lungo
periodo di disinteresse.
Questa è ancora oggi la condizione dell’Archivio e, nonostante le
nostre ripetute sollecitazioni, non è stato possibile fino ad ora
continuare l’opera di riordino e valorizzazione che era appena iniziata
nel 2003.
Questo vuole essere un “messaggio nella bottiglia”. Siamo convinti
che la tutela del patrimonio culturale passa necessariamente per la
conoscenza di esso. Purtroppo questo Archivio fotografico è poco noto,
nella sua consistenza e importanza, anche a storici e studiosi.
Qualcuno forse, speriamo qualcuno che abbia la possibilità di
decidere e di agire, raccoglierà questa bottiglia.
scrivi a minima photographica
È possibile scaricare i materiali pubblicati all'indirizzo sottoindicato
Alcune riflessioni
metodologiche sulla gestione di Archivi fotografici di proprietà di Enti
pubblici
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Per scaricare i materiali pubblicati dopo la conclusione della I fase,
incolla
nella barra degli indirizzi del browser il seguente
URL:
http://xoomer.alice.it/archivio.m.p/Fototeca_IAO.zip
oppure clicca
qui, si aprirà una finestra pop up da cui
scaricare il file zip
Il file zip (26,3 MB) contiene i seguenti
documenti:
Leggimi (sommario e note),
Presentazione (un
documentario per immagini),
Messaggio nella bottiglia (un appello per la
salvaguardia della Fototeca IAO),
la Relazione finale della I fase,
il
Progetto della II fase
Qui
è possibile scaricare solo il progetto per la II fase
(244 KB)
di riordino e valorizzazione della Fototeca dell'Istituto Agronomico per
l'Oltremare di Firenze
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Offriamo inoltre alcune riflessioni maturate
durante la prima fase del lavoro, che si è conclusa a Marzo 2004
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Questioni di metodo
Note sulla gestione degli Archivi fotografici di proprietà di Enti pubblici
Non manca in Italia la legislazione a tutela degli Archivi
fotografici(1).
Tuttavia l’attenzione ai materiali iconografici conservati negli Uffici
pubblici stenta a tradursi in concreti interventi di tutela, di
preservation e di disponibilità alla fruizione del pubblico vasto.
Quello che manca ancora è, a
nostro avviso, una prassi consolidata della gestione degli Archivi
fotografici, con conseguente incertezza nelle iniziative di
valorizzazione.
Per comprendere queste difficoltà, e
se possibile superarle, è necessario tentare di comprenderne le
cause.
Quello che ai nostri occhi oggi è un patrimonio culturale, si
è costituito a suo tempo con finalità differenti. In molti casi gli
Archivi fotografici degli Enti pubblici nascono come strumento di
documentazione, di testimonianza ulteriore rispetto a quella del
documento scritto, spesso rivestono anche una funzione
didattico-formativa. È questo il caso della Fototeca dell’Istituto
Agronomico per l’Oltremare.
La Fototeca vede la luce all’inizio del secolo scorso, cresce
e si sviluppa attraversando gli eventi che hanno reso il primo ‘900 un
epoca di rivolgimenti sociali e di sviluppo tecnologico impetuoso e vede
il suo declino alla fine degli anni ’60, nel momento in cui nella società
civile le certezze della vecchia organizzazione sociale venivano meno,
senza che nuovi valori fossero unanimemente condivisi.
La storia della Fototeca dell’Istituto Agronomico
dell’Oltremare e la storia dell’Istituto stesso sono storie che
s’intersecano, oseremmo dire, interdipendenti.
Certo l’Istituto sarebbe esistito senza Fototeca. Ma la
scelta di documentare visivamente le proprie attività, in un’epoca, in cui
(ricordiamolo) non esisteva la televisione, è una scelta che precorreva i
tempi.
Tale considerazione ci spinge a
immaginare uno spirito pionieristico, un
“attaccamento al lavoro”, come forse si sarebbe detto allora, non comuni.
La storia stessa della nascita dell’Istituto testimonia una passione, un
interesse, una curiosità scientifica che avrebbero trovato difficilmente
ospitalità nelle stanze della burocrazia statale dell’inizio del secolo
scorso.
Questa passione, questo reale
interesse scientifico, questo amore per la conoscenza,
che animavano le attività dell’Istituto, hanno concorso certamente alla
decisione di costituire, al proprio interno un Ufficio di documentazione
fotografica. Non solo stendere relazioni a documentazione della ricerca,
ma produrre prova “oggettiva” del lavoro: la sua immagine fotografica.
La nascita della tecnica di riproduzione meccanica della
visione è avvenuta più di mezzo secolo prima della nascita dell’Istituto.
E’ una tecnica che ha avuto modo di evolvere fino agli anni ’50, quando è
stata soppiantata dalla televisione nella presunta capacità di
rappresentare la verità.
Fino agli anni ’50 la fotografia (e in misura minore il
cinema) è stata l’unica testimone della “verità”, e come tale aveva valore
di “prova”: poteva suffragare la documentazione scritta.
L’Istituto Agronomico per l’Oltremare, che allora aveva
un altro nome, era evidentemente quello che oggi si sarebbe chiamato
un “centro di eccellenza della ricerca scientifica”, e non poteva non
utilizzare tecnologie d’avanguardia. La Fototeca è figlia di questa
tensione al nuovo e di questo amore per la conoscenza.
Queste motivazioni cominciarono a mancare, come
si è detto, già negli anni ’60 ed oggi è del tutto evidente che non
esistono più. Le stesse funzioni sono svolte in modo più efficace dagli
strumenti tecnologici attuali.
Cosa fare dunque di questo patrimonio?
La risposta più semplice è quella di utilizzarlo in
modo strumentale. Si usano le immagini in funzione “decorativa”, si
organizzano esposizioni di parte di esso come scenografia di convegni,
manifestazioni, iniziative attuali.
Questa risposta è povera e dannosa.
È povera perché utilizza
il patrimonio iconografico solo in funzione
di “tappezzeria” e ad uso di un pubblico ristretto, di addetti ai lavori.
Si scelgono le immagini per il loro presunto valore estetico.
È dannosa per il patrimonio perché tende a
separare le immagini più “belle” dalle serie in cui sono inserite.
Ciò le priva del loro significato e fa calare sulle altre non scelte una
cortina di disinteresse certamente non utile alla loro conservazione.
Ma questa risposta è dannosa anche
per le immagini utilizzate perché, avendo una
funzione “decorativa”, si tende a sottovalutarne la fragilità intrinseca e
ad esporle in condizioni critiche. Quello che si è conservato per decenni
al buio di un cassetto, protetto dal disinteresse, non scamperà a 4 o 5
“mostre”, esposto davanti a finestre luminose.
Allora cosa fare di questo patrimonio?
Prima di rispondere bisogna a nostro avviso
interrogarsi sulla stessa natura e sul valore che oggi esso riveste.
Dopo la scomparsa della sua funzione
originaria, al Fondo rimane il valore di documento.
Scrive Jacques Le Goff:
“Il documento non è merce invenduta del passato, è un
prodotto della società che lo ha fabbricato secondo i rapporti delle forze
che in essa detenevano il potere. Solo l’analisi del documento in quanto
documento consente alla memoria collettiva di ricuperarlo e allo storico
di usarlo scientificamente, cioè con piena conoscenza di causa.” (Storia e
memoria - Einaudi Paperbacks 171 - 1982. - pag. 452)
In questa riflessione è indicata a
nostro avviso la strada da percorrere. Catalogare e studiare in modo
scientifico, per recuperare alla memoria collettiva i documenti
dell’Archivio.
Naturalmente questo tipo di interventi richiedono una
gestione che consenta, in tempi ragionevoli, il rientro delle risorse
impegnate.
Le attuali tecnologie consentono di
consultare, noleggiare, acquistare le immagini senza in alcun
modo rinunciare alla tutela dell’oggetto archiviato.
Una accorta politica di diffusione della
conoscenza
dell’Archivio, attraverso convegni di studio, stampa di
materiale editoriale e concreta possibilità di consultazione, unita alle
risorse provenienti dalla cessione temporanea dei diritti di riproduzione
e dalla vendita delle ristampe e del materiale editoriale, consentirebbe
autonomia di gestione finanziaria, come è dimostrato dall’esistenza di
Archivi fotografici privati, aperti al pubblico.
Quello che il legislatore ha previsto e
consentito è ora che diventi prassi consolidata delle
Amministrazioni Pubbliche nella gestione dei patrimoni culturali come beni
realmente fruibili dalla collettività e come risorse economiche.
Dario Palomba
Questo contributo è stato pubblicato sul n° 39/40 di AFT semestrale
dell'Archivio Fotografico Toscano.
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(1)
Per una analisi approfondita ed estesa della normativa riguardante la
tutela dei beni fotografici, si veda “La tutela dei beni fotografici
nell’ambito della nuova disciplina dei beni culturali” di Maria Francesca
Bonetti dell’Istituto Nazionale per la Grafica in “Strategie per la
fotografia – Incontro degli archivi fotografici” (atti del convegno
omonimo) – Prato 2001 - a cura di Regione Toscana, Comune di Prato,
Archivio Fotografico Toscano.
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